La Dott.ssa Paola Maccalli, specialista in medicina dello sport, spiega quali sono le cause delle patologie muscolo-tendinee del gomito e come si curano.

Quali sono le cause delle patologie muscolo-tendinee del gomito?

Oggi parliamo delle patologie muscolo-tendinee del gomito.

Gomito del tennista, gomito del golfista, epicondilite, epitrocleite: diversi sono i modi di definire le alterazioni dolorose dei tendini del gomito.

Insieme all’infiammazione del tendine distale del bicipite brachiale, queste sono le affezioni più frequenti.

I movimenti fini e ripetitivi sono quelli che danno la maggior probabilità di sovraccarico in questo distretto, insieme ad una predisposizione anatomica.

Come si diagnosticano?

Quando il dolore al gomito è dovuto ad un fatto traumatico, una contusione o una distorsione, è importante la valutazione diagnostica con un’ecografia per indagare i tessuti molli e una radiografia per la parte ossea-articolare.

Risonanza magnetica e TAC sono indagini di secondo livello da valutare dopo una visita accurata con il medico specialista.

Le patologie infiammatorie del gomito, in assenza di traumi diretti, sono dovute principalmente a sovraccarichi funzionali e provocano dolori acuti e spesso invalidanti. Una buona riuscita terapeutica e una corretta diagnosi si basano sul presupposto che il dolore localizzato è solo la spia di un mal funzionamento di un’intera catena cinetica nella quale partecipano anche altri muscoli e tendini che si trovano a valle o a monte del punto più dolente. Tenere presente questo fatto è di estrema importanza per una corretta diagnosi e una terapia efficace e di successo.

La classica epicondilite, infiammazione dei tendini epicondiloidei, ovvero di quei tendini che si inseriscono sull’epicondilo del gomito, coinvolge in realtà anche i muscoli dell’ambraccio e i tendini estensori delle dita della mano. È facile constatare infatti come muovendo le dita mi risponda una certa zona del gomito.

La parte dell’epicondilo, qua sopra, per l’estensione delle dita della mano, e la parte dell’epitroclea, qua sotto, per quanto riguarda i tendini che fanno flettere le dita della mano. Tendini-muscoli-e ancora tendini.

Questo significa che per curare un’epicondilite al gomito dovrò occuparmi anche dei tendini che si trovano a livello del polso e della mano e dei muscoli dell’avambraccio.

Come si curano?

I rimedi casalinghi purtroppo hanno poco o nulla efficacia. Gli antidolorifici per bocca possono attutire il dolore ed è opportuno usarli se non si riesce a dormire la notte o il dolore è insopportabile, ma, se funzionano, lavorano solo riducendo la sensazione di dolore, non curano la patologia e ciò è dovuto al fatto che anatomicamente i tendini non sono vascolarizzati, quindi manca fisicamente la rete stradale che traghetta sul posto il farmaco che assumiamo per bocca.

I tutori, come il classico tutore dinamico, la fascetta in velcro che si indossa sotto il gomito, hanno un’efficacia di un 10%, ma non ha senso portarla durante la notte, e durante l’attività sportiva intensa può essere addirittura controproducente esponendo lo sportivo ad possibilità di trauma da compressione durante le contrazioni esplosive tipiche del gesto atletico.

Più delle pomate o degli spray funziona l’applicazione del ghiaccio, che ha l’obiettivo di “stordire” i nocicettori, gli organuli che trasportano l’afferenza dolorifica. Ma anche questo è un rimedio più sintomatico che curativo.

È invece importante riferirsi a personale professionale specializzato in questo genere di patologie e centri fisioterapici qualificati.

L’obiettivo terapeutico infatti non è più basato solo sul “non sentire più male”, anche, ma si articola in tre step ben precisi:

  1. Togliere il dolore: attraverso infiltrazioni loco-regionali, irraggiamento con terapie fisiche, LASER, TECAR TERAPIA.
  2. Recupero funzionale: portare il paziente nella condizione di svolgere tutto quello che faceva prima in assenza di dolore e/o blocco funzionale: lo si fa attraverso manipolazioni ed esercizi con il fisioterapista, attraverso cioè la fisiokinesiterapia.
  3. Terzo obiettivo, quello più impegnativo ma anche il più prestigioso: il ricondizionamento preventivo, insegnare cioè al paziente a muoversi, compiere il gesto atletico, sportivo ma anche lavorativo e hobbistico in modo da evitare di nuovo il dolore e l’immobilitá.

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