Mangiare bene per muoversi meglio

Mangiare bene per muoversi meglio

di Dott. Guido Marcangeli

Sport e alimentazione, una coppia inseparabile

Quando si parla di alimentazione e sport, la prima cosa che mi viene in mente è l’equilibrio. Non esiste una dieta perfetta valida per tutti, ma esiste il modo giusto per dare al corpo ciò di cui ha bisogno per funzionare al meglio, crescere e, se serve, migliorare la prestazione.

Lo dico sempre: mangiare bene non significa privarsi, significa conoscersi.

Ogni organismo è diverso, eppure i principi base restano sempre gli stessi. Il nostro motore deve essere alimentato con tre tipi di carburante: glucidi, che forniscono energia immediata; lipidi, che sostengono lo sforzo prolungato, soprattutto negli sport aerobici; e proteine, che entrano in gioco quando le riserve di zuccheri e grassi si esauriscono. Accanto a questi ci sono quelli che possiamo chiamare gli “aiutanti silenziosi”: sali minerali, vitamine e acqua, fondamentali per regolare i processi metabolici e mantenere il corpo in equilibrio.

Molti mi chiedono se servano gli integratori.

La risposta è: dipende. Un atleta che si allena due ore al giorno ha esigenze diverse da chi pratica attività fisica leggera o saltuaria. Gli integratori possono essere utili solo quando il carico di lavoro è elevato e il fabbisogno supera ciò che si ottiene con una dieta equilibrata. Ma guai a usarli come sostituti di frutta e verdura: il rischio è affaticare reni e fegato senza alcun vantaggio reale.

La vera base è la regolarità. Cinque pasti al giorno, sempre: colazione, due spuntini, pranzo e cena. Non è un dogma, ma un ritmo che aiuta a mantenere stabile la glicemia e a evitare cali di energia. Saltare la colazione, per esempio, è uno degli errori più comuni e più penalizzanti, soprattutto per bambini e adolescenti. Chi comincia la giornata a stomaco vuoto parte già in svantaggio.

Nel lavoro con i giovani atleti insisto molto sull’educazione alimentare in famiglia. Sono i genitori, più ancora degli allenatori, a dare il ritmo giusto: orari regolari, varietà, verdura e frutta a ogni pasto. Un ragazzo che impara presto a nutrirsi bene crescerà con un corpo più forte e una mente più reattiva.

Nei camp sportivi, dove i pasti sono controllati e condivisi, si riesce a vedere la differenza. Lì si può impostare un menù equilibrato, curare gli orari e monitorare ciò che i ragazzi realmente mangiano. È anche un momento educativo: scoprire che una colazione può essere dolce o salata, che bere acqua non è un dettaglio, che mangiare troppo in fretta rallenta la digestione. Sono lezioni semplici, ma che restano per sempre.

Quando poi si sale di livello, tutto diventa più complesso. L’alimentazione degli atleti delle nazionali giovanili che seguo, nel mio caso il basket, richiede una precisione quasi scientifica. Durante i ritiri si arriva anche a cinque allenamenti ogni tre giorni: il dispendio energetico è enorme e ogni caloria conta. In quei contesti non basta “mangiare sano”: serve calcolare tempi, quantità, combinazioni. Gli orari sono scanditi al minuto: sveglia, colazione, allenamento, pranzo, riposo, di nuovo allenamento, cena, luci spente. Tutto è pensato per ottimizzare la prestazione e garantire il recupero.

E non mancano gli imprevisti. Ricordo tornei internazionali in Paesi dove la cucina locale metteva a dura prova anche i più motivati: pasti monotoni, sapori lontani dalle abitudini, o, peggio, alimenti rischiosi per l’igiene. In certi casi abbiamo dovuto cercare soluzioni “creative”, come una pizzeria improvvisata nell’Est europeo o scorte di alimenti italiani portate dall’Italia per evitare disturbi gastrointestinali. Anche questo fa parte della preparazione: adattarsi, ma senza compromettere la salute.

Dall’altra parte, c’è lo sport amatoriale, quello praticato per il proprio benessere o semplicemente per piacere personale. Qui le regole diventano più flessibili, ma non meno importanti. Chi corre tre volte a settimana o gioca a calcetto non deve pensare in termini di “dieta da atleta”, ma in termini di equilibrio: evitare gli eccessi, garantire varietà, idratarsi bene e, soprattutto, ascoltare il proprio corpo. Dopo tutto, lo scopo è sentirsi bene, non inseguire un cronometro.

Il messaggio che cerco sempre di trasmettere è semplice: l’alimentazione è parte dello sport, non un accessorio. Mangiare bene non serve solo a migliorare le prestazioni, ma anche a prevenire infortuni, rafforzare il sistema immunitario, sostenere la concentrazione. È un gesto di cura verso se stessi.

In conclusione, dalle esperienze maturate con gli atleti di alto livello fino ai consigli per chi semplicemente desidera restare attivo, le regole non cambiano: equilibrio, regolarità e buon senso. Mangiare su cinque pasti, variare gli alimenti, bere tanto, dare spazio a frutta e verdura. Non esistono formule magiche né scorciatoie: il segreto è la continuità.

Mangiare sano e muoversi tanto: è la ricetta più semplice e più efficace che conosca.

 

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